Il tumore al seno è sempre stato uno dei timori più presenti nella vita di una donna, da più di una cinquantina d’anni. L’incidenza di questo tumore è molto alta, basti pensare che  vi sono circa 57000 casi all’anno un’incidenza di 118 al giorno. I soggetti a rischio sono le donne con un’età dai 45 anni a salire e le cause possono essere di vario genere dalla predisposizione genetica, a quella ambientale, alle abitudini alimentari, al menarca precoce (ciclo mestruale) fino alla nulliparità. Inoltre nel 60% dei casi la neoplasia si presenta nella regione superiore esterno della mammella.

Da anni tantissime associazioni e fondazioni combattono per dare maggior assistenza e conoscenza del tumore. Ciò viene fatto per incrementare la prevenzione e la consapevolezza di tale malattia. Uno dei primi rivoluzionari dell’oncologia mammaria fu Umberto Veronesi che pubblicò la sua ricerca sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine, dimostrando che i tumori di piccole dimensioni al seno potessero essere trattati con altre tecniche senza la necessità della mastectomia, ma attraverso trattamenti mirati sia chirurgici(quadrantectomia = intervento del quadrante mammellare presentante il nodulo) , sia farmaceutici che radioterapici  che portò ad una epocale guarigione del 96%.

Fortunatamente la ricerca riesce a garantirci altri e nuovissimi trattamenti capaci di debellare la neoplasia. Oramai nel campo farmaceutico esistono farmaci cosiddetti “intelligenti” capaci di individuare il recettore della cellula tumorale e bloccarne il meccanismo proliferativo.  Gli anticorpi monoclonali fanno parte di questa specifica famiglia di farmaci  e le più usate sono la Trastuzumab e la Bevacizumab. La Trastuzumab si concentra sul recettore della proteina HER2 (nota anche come ERBB2) , quest’ultima in grado di stimolare la moltiplicazione delle cellule neoplastiche e di aumentare il numero di copie del gene che la codifica sul cromosoma 17 . Questo farmaco è specifico proprio per HER2 positivo che è una forma neoplastica aggressiva che colpisce il 25% delle donne spesso in giovane età. La somministrazione è sottocutanea con durata del trattamento di 5 minuti. La Bevacizumab ha invece come bersaglio l’angiogenesi, questa è una particolare formazione di più vasi da un torrente già esistente,questa è solitamente una modificazione fisiologica ma nei casi di presenza di cellule neoplastiche porterebbe ad una fonte di nutrimento. Questa terapia anch’essa molto efficace ha una somministrazione per via endovenosa con cadenza ogni due o tre settimane.  Un’altra nuova classe sono gli inibitori della crescita capaci di riconoscere alcune proteine presenti sia sulla parete cellulare che nel citoplasma, bloccando il loro meccanismo riproduttivo. Questa famiglia di farmaci è solitamente accompagnata ai trattamenti specifici. Un esempio è il Lapatinid che viene somministrato in accompagnamento alla chemioterapia, o l’Everolinus farmaco orale capace di migliorare il trattamento ormonale.  Notizia di pochi giorni è l’utilizzo anche in Italia della famiglia degli inibitori delle cicline che accompagneranno il trattamento ormonale. Questi inibitori oltre a bloccare la cellula tumorale sono in grado anche di farla regredire.

Le nuove frontiere scientifiche continuano a non fermarsi e lo vediamo dalla pubblicazione sulla rivista Nature di uno studio del Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze della Salute dell’Università di Torino, in collaborazione con la Città della Salute di Torino. Lo studio coordinato dalla dottoressa Paola Defilippi ha identificato che la proteina p140Cap è in grado di limitare la crescita del tumore HER2 e di diminuire la possibile formazione delle metastasi. Su questo studio si baseranno le nuove terapie contro questi tumori maligni. Grazie all’impegno di questi ricercatori forse potremo debellare al 100% il cancro al seno.

 

The Scientist’s Diary è da sempre a favore della cultura medica-scientifica.

Ecco le nostre Fonti per questo articolo:

http://www.nature.com/

http://www.nejm.org/

 

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