Essere meno carpentieri e più giardinieri. Questa è la nuova frontiera della genitorialità, o meglio, l’approccio “un-parenting” (i.e. non-genitoriale nel senso tradizionale del termine) proposto da Alison Gopnik, psicologa dell’età evolutiva, nel libro “The Gardener and the Carpenter“, nel quale espone i suoi studi. Josie Glausiusz li recensisce sulla rivista Nature (04 Agosto 2016) come una “graffiante censura del moderno sistema educazionale“. In base a quanto riportato, Gopnik non sembra avere tutti i torti.

Essere meno carpentieri: il corrente approccio alla genitorialità (“Parenting“) assume che le “giuste” tecniche educazionali, o presunte tali, rendano il proprio figlio un adulto di successo. Così come il carpentiere dà forma al suo blocco di pietra. Gopnik fa notare, tuttavia, come ci siano davvero poche evidenze empiriche di quanto “piccole variazioni” nel comportamento dei genitori possano realmente avere effetti prevedibili e affidabili a lungo termine nelle abitudini dei propri figli. È da aggiungersi, come se non bastasse, che questo tipo di sistema educazionale, basato su regole e istruzioni, sia da associare secondo Gopnik alla crescita di diagnosi di ADHD (Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività) che negli Sati Uniti è spesso trattato con farmaci che hanno seri effetti collaterali, inclusa la dipendenza.

Essere più giardinieri: allevare e prendersi cura del proprio figlio come si farebbe con il proprio giardino, creare “uno spazio sicuro, adatto alla crescita in cui innovazione, adattabilità e elasticità possano essere assicurate“. Un approccio quindi che sì, aiuti i bambini a trovare la loro strada, ma anche se non è la stessa che voi avete scelto per loro. La variabilità genetica, definita da Gopnik “disordine, caos“, diventa cosí la “primavera della creatività” contribuendo a quella vasta gamma di caratteristiche che rendono l’essere umano così speciale, proprio perché diverso. Ci possono essere bambini timidi, altri più intraprendenti e coraggiosi; alcuni possono essere estremamente focalizzati e bravi a concentrarsi, altri “costantemente in allerta anche per sottili cambiamenti nell’ambiente“. L’importante è ricordare -come Gopnik stessa conclude- che:

“Le ricompense più importanti di essere un genitore non sono i voti e i trofei dei vostri figli – nè i loro diplomi e matrimoni. Queste provengono, istante per istante, dalla gioia fisica e psicologica di stare con quello specifico bambino, e nella gioia di quel bambino, istante per istante, di stare con voi”.

Elizabeth Bonawitz, una ricercatrice dello sviluppo cognitivo, aveva già osservato che quando a dei bambini viene insegnato da parte di un adulto come giocare con un giocattolo che fa rumore se premuto, questi tendono poi a imitare le stesse azioni. Se invece quegli stessi bambini vengono lasciati da soli con il giocatolo, liberi di interagire con esso a piacere, sono maggiormente portati a trovare nuove e inusuali modalità di gioco, fino ad aver scoperto tutte le possibili avventure che il gioco ha da offrire.
In effetti, la tesi di Gopnik è che il così definito “modello parentale” possa influire nettamente su come i bambini esplorano il mondo e che anzi “l’insegnamento cosciente e deliberato” sia del tutto inefficace se comparato al più che naturale istinto di guardare, ascoltare e imitare.

Funziona così presso la popolazione K’iche’ Maya del Guatemala, dove bambini molto piccoli, con ben poche nozioni, sanno gestire abilità difficili e pericolose persino per un adulto -come usare un machete- grazie alla semplice imitazione di adulti che dimostrano loro le varie azioni lentamente e marcando qualche movimento.
Gopnik cita anche alcuni esperimenti svolti da lei stessa: bambini di 4 o 5 anni incitati ad usare senza alcuna istruzione un “Blicket detector”, ossia una sorta di scatola che produce luci e suoni quando vengono inseriti al suo interno determinati oggetti in diverse combinazioni, tendevano a trovare sempre nuove combinazioni e, in particolare, i più giovani tra loro erano portati a scoprire quelle più inusuali.

Il comportamento degli animali confermerebbe poi l’importanza che il gioco ha anche nella natura: volpi, delfini e corvi sviluppano le abilità di cui hanno bisogno nell’età adulta giocando a cacciare, combattere o scavare. Allo stesso modo studi condotti sui topi dimostrano che proprio attraverso il gioco questi ultimi producono delle sostanze chimiche chiamate neurotrasmettitori colinergici che sono implicati nella plasticità delle aree “sociali” del cervello. Così topi privati del gioco mostrano le capacità tipiche degli adulti ma falliscono nel capire quando è giusto utilizzarle.

Queste le ultime evidenze dalla scienza dello sviluppo infantile, provare per credere.

 

The Scientist’s Diary è da sempre a favore della cultura medica-scientifica.

Ecco le nostre Fonti per questo articolo:

Child development: A cognitive case for un‑parenting” Josie Glausiusz, Nature 536, 27–28 (04 August 2016)

Per una conoscenza più approfondita, ecco il titolo del libro: “The Gardener and the Carpenter: What the New Science of Child Development Tells Us About the Relationship Between Parents and Children”, Alison Gopnik Farrar, Straus & Giroux: 2016
Immagine in evidenza: dal film Il Piccolo principe, diretto da Mark Osborne, 2015

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